Il Cardinale Parolin: “La Croce strumento e occasione di salvezza”

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Centotrent’anni fa, il 25 maggio 1887, nasceva in questo borgo della provincia di Benevento Francesco Forgione, Padre Pio da Pietrelcina.

Pietrelcina, dove nacque, e San Giovanni Rotondo, dove, salvo poche e brevi interruzioni, risiedette dal 1916 alla morte, avvenuta il 23 settembre 1968, sono gli spazi che racchiudono l’intera esistenza di San Pio. Piccoli paesi lontani dai centri dove si svolgono quegli avvenimenti di natura culturale, economica e politica che riempiono le cronache, luoghi che durante gli anni giovanili di Francesco Forgione, erano, se non dimenticati, certo periferici rispetto alle grandi direttrici in cui passava la storia.

Laddove però si lascia entrare il Signore Gesù a prendere possesso dell’esistenza e ad abitare i pensieri, le azioni e i progetti, laddove non si frappongono ostacoli al soffio dello Spirito Santo, la più sperduta e dimenticata periferia è destinata a diventare centro, faro irradiante, luogo benedetto verso cui una moltitudine di persone si incammina alla ricerca di grazie e di Grazia.

Fatte ovviamente le debite distinzioni, accadde la medesima cosa a Betlemme e a Nazareth, piccoli sperduti villaggi ai margini di un grande impero, destinati però ad essere conosciuti e diventare punti di riferimento per il mondo intero e per tutte le generazioni, poiché divennero il luogo dove il Figlio di Dio si manifestò al mondo.

Accade ogni volta che un’anima, accogliendo il dolce giogo di Cristo, scopre cammin facendo quanto tale giogo sia leggero e quanto le eviti pesi ben maggiori, la liberi, la sostenga, la faccia procedere con speranza ed operosità verso il futuro. Anche tale anima, scopre di non essere periferia abbandonata e senza meta, ma centro delle attenzioni dell’amore del suo Creatore e Redentore, che desidera la sua piena realizzazione e felicità.

“Il mio giogo … è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,30), ci ha detto Gesù nel Vangelo appena ascoltato. Il giogo, per sua natura, rimanda a qualcosa di pesante, di ingombrante, di opprimente e faticoso. Il giogo di cui parla Gesù, invece, è dolce, tanto che si può paragonare a qualcosa di piacevole e gustoso anche ai sensi. Sembra un’affermazione per lo meno azzardata, ma Gesù va oltre affermando che il suo peso è leggero. E’ dunque un peso che non pesa, anzi che alleggerisce chi lo assume su di sé, un peso che non schiaccia, ma anzi innalza, che non impaccia i movimenti, ma li rende più facili. Perciò San Giovanni Crisostomo esortava: Non spaventatevi quando sentite parlare di giogo, perché esso è dolce, non abbiate timore quando udite parlare di peso, perché esso è leggero!

La vita di Padre Pio ci aiuta a comprendere meglio queste parole del Signore. Egli ha portato sulle sue spalle più di un giogo e più di un carico. Sappiamo quanta sofferenza e incomprensione abbia dovuto attraversare. In diverse occasioni ha vissuto l’isolamento o è rimasto inascoltato. Ha sperimentato che la prova è parte integrante del cammino cristiano di perfezione. “E’ necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio”, affermavano Paolo e Barnaba nella loro predicazione, rianimando così i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede, come ci raccontano gli Atti degli Apostoli che leggiamo durante il tempo pasquale (cfr. 14,22). E questo è vero per chiunque, in ogni tempo e in ogni luogo, si ponga alla sequela del Signore Gesù, il quale l’ha messo in chiaro fin dall’inizio: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt. 16,24).

Eppure queste sofferenze, vissute nell’umiltà e in unione alle piaghe del Signore, si sono trasformate in benedizione per Padre Pio e per quanti condividevano con lui la vocazione alla vita consacrata, alla scuola del Poverello e, infine, per tutti. La sua sofferenza è stata fonte di grazia per i peccatori che si accalcavano al suo confessionale, una luce per chi era nelle tenebre e un conforto per chi era nella prova.

Il  giogo  era diventato leggero per il nostro santo perché non era solo a portarlo, Cristo era accanto a lui per sostenerlo, Francesco Forgione aveva accettato che la sua vita fosse interamente un dono fatto a Dio per beneficare gli uomini e attraverso quel giogo, Padre Pio divenne strumento della misericordia divina, divenne le mani e il profumo di cristo nel mondo.

Egli si lasciò guidare da Gesù sulla via del Calvario e quando fu il momento di prendere su di sé la croce, non la rinnegò, ma l’accolse per un bene maggiore. La visse come un gesto d’amore nei confronti di Cristo. Alla sua scuola, povero con i poveri, sull’esempio di San Francesco d’Assisi, si spogliò di tutto ciò che era ed aveva per assimilarsi al suo Maestro. Al punto da poter dire come l’Apostolo Paolo: “Quanto a me … non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo” (Gal 6,14°).

Quale trasformazione ha operato in Padre Pio l’amore di Gesù! La croce che dobbiamo portare ognuno secondo le proprie forze, non è una condanna, ma, per grazia di Dio, è strumento e occasione di salvezza. Il suo peso è leggero se paragonato al fardello del peccato, molto più opprimente da sopportare. Il peso di Gesù è per acquistare la vita e la salvezza eterna, laddove il fardello del peccato, già molto più pesante in questa vita, mette invece in grave pericolo la possibilità della salvezza, ci allontana da Dio, dai fratelli, e ci toglie la pace e la serenità.

Padre Pio ci insegna che la cosa più importante è l’amicizia con Gesù, mentre tutto il resto è secondario. Uniti al Signore possiamo fare grandi cose che, con le sole nostre forze, sarebbero del tutto impossibili. Egli ci mostra che il primato di Dio è fondamentale nella vita del cristiano e ci invita a donarci agli altri. Infatti, San Pio fu sempre disposto a soffrire nella sua carne per chi ne aveva bisogno. Imitando Gesù, ha accettato di prendere su di sé la croce che toccava ai fratelli, perché avessero la vita vera, quella che nessuno potrà mai toglierci.

Padre Pio è stato l’uomo dell’incontro. Come San Francesco d’Assisi, è andato incontro ai fratelli per donarsi agli altri. Ha avuto il dono dell’apertura, dell’accoglienza, della passione per il bene delle anime. Per Padre Pio ogni fratello era una creatura unica, originale, con una peculiare dignità che Dio le aveva impressa. In ognuno vedeva il Volto di Cristo da amare, consolare e riparare.

Era esigente, perché sapeva quanto valore avesse la vita di un essere umano e quanto fosse importante agli occhi di Dio. Poteva capitare che rimproverasse la condotta di qualcuno per indurlo alla conversione, ma mai lo allontanava per confinarlo nella condanna. Le sue correzioni erano medicinali, non punitive. Sapeva quanto Sangue le anime erano costate al Redentore e quale splendore di bellezza avessero per non occuparsi della loro salvezza. Come San Francesco che, con l’abbraccio al lebbroso, capì di essere una nuova creatura, così Padre Pio trasformò la sua esistenza stringendo a sé le sofferenze dei fratelli che la Provvidenza metteva sulla sua strada.

In questa prospettiva va letta la sua carità verso i poveri, i malati, i tribolati, nei quali egli scorgeva Gesù da amare. Proprio in loro poteva contraccambiare a quella misericordia di cui si sentiva il primo beneficiario. Anche la fondazione della Casa Sollievo della Sofferenza, inaugurata il 5 maggio 1956, nacque proprio dagli aneliti di quel cuore compassionevole che si chinava sulle ferite del prossimo. Come il buon Samaritano, Padre Pio si fece tutto a tutti senza badare al suo interesse personale, né a chi aveva davanti. Bastava fosse un fratello nel bisogno per far scattare in lui la molla della carità e della misericordia.

Padre Pio è stato veramente un buon Samaritano. Ma ha fatto di più del samaritano del racconto evangelico. Non ha lasciato solo il denaro per curare il ferito incontrato sulla strada, ma ha offerto se stesso per curare negli altri le ferite inferte dal male e dal peccato.

Cari fratelli e sorelle, oggi San Padre Pio è presente tra noi nella Comunione dei Santi e ci invita a guardare all’essenziale, a vedere la realtà con gli occhi di Dio, a considerare la nostra vita come una prova nella quale siamo chiamati a prendere su di noi il giogo dolce di Cristo, perché solo allora realizzeremo la nostra esistenza e saremo fonte di salvezza per gli altri. Egli lo portò lietamente, perché non potremo portarlo anche noi?

Il giogo di Cristo salva, mentre la pretesa di poter farne a meno ci sottomette a carichi pesanti e ci schiaccia.

Il giogo di Cristo libera, mentre la pretesa di liberarci da soli ci rende schiavi del peccato e porta alla tristezza e alla frustrazione.

Il giogo di Cristo ci offre speranza e consolazione, mentre quello del mondo ci illude e ci inganna, togliendoci la gioia e il sorriso.

Insieme a Padre Pio, guardiamo a Maria. Egli apprese l’amore di Lei qui a Pietrelcina, dove, nella chiesa-madre si venera la Madonna della Libera, patrona del paese. E questo amore si protrasse per tutta la vita, illuminandola di vera dolcezza. Ci aiuti Lei a prendere con decisione il giogo dolce e leggero del suo Figlio, per sperimentare la pace interiore e diventare a nostra volta capaci di consolare altri fratelli e sorelle che percorrono con fatica il cammino della vita. Amen. (Omelia Card. P. Parolin, 25 maggio 2017 – Pietrelcina)

In basso alcuni scatti fotografici della presenza del Cardinale a Pietrelcina

 

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